Com'è lavorare da remoto?

Prima di parlarvi di come lavoro da remoto, se non l’avete ancora fatto, leggete la prima parte: per chi lavoro e cosa faccio.

Basta Michè, hai fatto un prequel che è durato sei mesi. Vuoi spiegarci o no com’è lavorare da remoto?

Lavorare da remoto è … meglio.

il telelavoro (quanto è anni ‘90 sta parola?) nasce da una consapevolezza: è possibile lavorare da casa a progetti seri, veri, con la stessa qualità di un lavoro d’ufficio.

Ciò significa anche che si possono gestire gli orari diversamente (io ancora non riesco a crederci e sto lavorando 9-18, comunque), così come il posto di lavoro: dei remote workers che conosco, pochi lavorano davvero da casa e quasi tutti preferiscono incontrarsi da qualche parte (spazi di coworking) per poter avere intorno qualcuno con cui prendere un caffè.

Dal punto di vista qualitativo, ho accettato questo lavoro anche perchè stavolta non sono più un mero esecutore di idee altrui, bensì posso proporre e realizzare una mia idea. Inoltre lavorare da remoto mi ha permesso di iniziare una vita più serena, ad esempio facendo sport ed evitando 2 ore di autobus per raggiungere Napoli ogni giorno.

Dal punto di vista quantitativo non ho notato nessuna differenza in termini di “quanto” lavoro: io dico sempre che quando c’è da lavorare di più, lo faccio, purchè non sia uno “straordinario permanente”. Mi è capitato di rimanere fino alle 19.30 incollato ad un problema, perchè se avessi staccato avrei perso il filo il giorno dopo. Ma l’ho fatto in totale autonomia e forse i miei capi non sanno nemmeno che è successo.

Da un punto di vista organizzativo, stiamo cercando di organizzarci e rendere la vita più facile a tutti, sia noi che lavoriamo in remoto sia coloro che seguono il nostro lavoro, quindi per ora stiamo usando:

  • una sottoforma di Scrum, implementato via software tramite Jira
  • Slack è uno strumento irrinunciabile per gestire la comunicazione tra team, non solo per le chat, ma anche per sentirsi a voce e per, ehm, cazzeggiare.
  • Github e Git per il codice: che imbarazzo i primi tempi quando mi chiedevano di fare “pull sul branch”, e io fino al giorno prima avevo lavorato con SVN.
  • la suite di Google Docs per email, documenti e file e qualche volta conferenze con hangouts.
  • Spotify aziendale. Questo è uno dei benefit che gli altri mi invidiano di più, eppure costa 3€ al mese :p

Per il resto, massima libertà di scelta dei tool (ad esempio io uso molto Visual Studio Code, mentre i colleghi usano WebStorm), della serie “se ti serve, usalo”.

La mia preoccupazione più grande, comunque, è di trovare il modo di riportare ai miei colleghi (e capi) quello che sto facendo, le decisioni che sto prendendo, etc etc. 

Cosa serve per lavorare in remoto?

  • Essere autonomi: se hai problemi devi essere bravo a risolverteli da solo. Sia chiaro, se chiedi aiuto a un collega è molto probabile che ti aiuterà (io stesso rispondo a chiunque mi chiede una mano) ma è difficile sistemare un problema se si è seduti a 800 km di distanza. Quindi, la capacità di ragionare e di risolversi i problemi da soli diventa fondamentale.
  • Sempre sull’autonomia, può capitare che per proseguire il lavoro serva la risposta di un collega, che in quel momento è impegnato in una riunione: piuttosto che stare con le mani in mano è opportuno portarsi avanti, magari ragionando sui prossimi task.
  • Essere onesti e ragionevoli: quando si parla di stime non ha senso mentire, e lo stesso vale sui problemi che si potrebbero incontrare. Una cosa che in genere richiedono ai remote workers è di avere una forte personalità e di “lottare per le proprie idee“.
  • Ogni tanto è imporante vedersi: io cerco di incontrare gli altri “resident” del gruppo ogni 3-4 mesi, ma questo dipende un po’ da ognuno.

Lo consiglieresti a chiunque?

No, penso che il lavoro remoto debba essere un po’ una scelta e un po’ una conquista.

All’inizio della propria carriera è importante conoscere il mondo del lavoro tradizionale: avere dei colleghi, un capo, delle regole da rispettare (anche sul dressing code!) ti permette di capire se questo è il mondo che fa per te. Ne ho conosciute di persone che si lamentano, eppure l’azienda è la loro vita.

Inoltre, un giovane ha bisogno di “mentori” che possano indirizzarlo nelle scelte o comunque consigliarlo rispetto a dove sta andando il mercato. Per un telelavoratore tutto questo potrebbe non esserci.

E non dimentichiamo la solitudine: se ne soffri, telelavorare non è sicuramente per te.

Le aziende tradizionali scompariranno? Lavoreremo tutti da casa?

Non credo proprio, altrimenti non sarà più così figo lavorare da remoto 🙂

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